Pizzoli, da Inverno in Abruzzo e Le piccole virtù [Natalia Ginzburg]

Il mio paese, Pizzoli, è stato durante l’ultima guerra terra di confino.

Proprio qui, infatti, nel giugno 1940 fu mandato Leone Ginzburg, condannato dal Tribunale Speciale per antifascismo. A Pizzoli ci restò fino all’ottobre 1943 assieme alla moglie Natalia Ginzburg , una delle più grandi scrittrici italiane, e ai figli, Carlo, Andrea e Alessandra.

“Noi – dice Natalia – parlavamo un poco di politica con gli altri internati. Non ne parlavamo nella cucina dell’albergo Vittoria, perché non si poteva. Perché loro l’avrebbero trovato pericoloso. Poi il paese ci aveva dato affetto, ma non credo che pensasse che fossimo antifascisti, pensava che eravamo degli ebrei. Non indagavano. Di politica Leone parlava con Vittorio Giorgi, che era un comunista; poi con il fabbro ferraio, che era uno che si chiamava Attilio”.

La bottega di Girò

“…La bottega di Girò era proprio davanti a casa nostra. Girò se ne stava sulla porta come un vecchio gufo e i suoi occhi rotondi e indifferenti fissavano la strada. Vendeva un po’ di tutto: generi alimentari e candele, cartoline, scarpe e aranci. Quando arrivava la roba, Girò scaricava le casse, i ragazzi correvano a mangiare gli aranci marci che buttava via. A Natale arrivava anche il torrone, i liquori, le caramelle. Ma lui non cedeva un soldo sul prezzo.”
“Quanto sei cattivo Girò” gli dicevano le donne. Rispondeva: “Chi è buono se lo mangiano i cani.”. A Natale tornavano gli uomini da Terni, da Sulmona, da Roma, stavano alcuni giorni e ripartivano, dopo aver scannato i maiali. Per alcuni giorni non si mangiava che sfrizzoli, salsicce pazze e non si faceva che bere: poi le grida dei nuovi maialetti riempivano la strada”.

Inverno in Abruzzo

“In Abruzzo non c’è che due stagioni: l’estate e l’inverno. La primavera è nevosa e ventosa come l’inverno e l’autunno è caldo e limpido come l’estate. L’estate comincia in giugno e finisce in novembre. I lunghi giorni soleggiati sulle colline basse e riarse, la gialla polvere della strada e la dissenteria dei bambini, finiscono e comincia l’inverno. La gente allora cessa di vivere per le strade: i ragazzi scalzi scompaiono dalle scalinate della chiesa. Nel paese di cui parlo, quasi tutti gli uomini scomparivano dopo gli ultimi raccolti: andavano a lavorare a Terni, a Sulmona, a Roma. Quello era un paese di muratori: e alcune case erano costruite con grazia, avevano terrazze e colonnine come piccole ville, e stupiva di trovarci, all’entrare, grandi cucine buie coi prosciutti appesi e vaste camere squallide e vuote. Nelle cucine il fuoco era acceso e c’erano varie specie di fuochi, c’erano grandi fuochi con ceppi di quercia, fuochi di frasche e foglie, fuochi di sterpi raccattati ad uno ad uno per la via. Era facile individuare i poveri e i ricchi, guardando il fuoco acceso, meglio di quel che si potesse fare guardando le case e la gente, i vestiti e le scarpe, che in tutti su per giù erano uguali.
Quando venni al paese di cui parlo, nei primi tempi tutti i volti mi parevano uguali, tutte le donne si rassomigliavano, ricche e povere, giovani e vecchie.
Quasi tutte avevano la bocca sdentata: laggiù le donne perdono i denti a trent’anni, per le fatiche e il nutrimento cattivo, per gli strapazzi dei parti e degli allattamenti che si susseguono senza tregua. Ma poi a poco a poco cominciai a distinguere Vincenzina da Secondina, Annunziata da Addolorata, e cominciai a entrare in ogni casa e a scaldarmi a quei loro fuochi diversi.”

“In Abruzzo non c’è che due stagioni: l’estate e l’inverno.
Quando la prima neve cominciava a cadere, una lenta tristezza s’impadroniva di noi. Era un esilio il nostro: la nostra città era lontana e lontani erano i libri, gli amici, le vicende varie e mutevoli di una vera esistenza. Accendevamo la nostra stufa verde, col lungo tubo che attraversava il soffitto: ci si riuniva tutti nella stanza dove c’era la stufa, e lì si cucinava e si mangiava, mio marito scriveva al grande tavolo ovale, i bambini cospargevano di giocattoli il pavimento.
Tutte le sere mio marito ed io facevamo una passeggiata e tutti uscivano sulla porta e ci dicevano: – Con una buona salute. Qualcuno certe volte domandava: – Ma quando ci ritornerete alle case vostre? .
Mio marito ,diceva: – Quando sarà finita la guerra.
E quando finirà questa guerra? Te che sai tutto e sei un professore, quando finirà? 

Mio marito lo chiamavano «il professore» non sapendo pronunciare il suo nome, e venivano da lontano a consultarlo sulle cose più varie, sulla stagione migliore per togliersi i denti, sui sussidi che dava il municipio e sulle tasse.
A Gigetto di Calcedonio nacquero due gemelli, con due gemelli maschi che aveva già in casa, e fece una chiassata in municipio perché non voleva dargli il sussidio, dato che aveva tanta terra e un orto grande come sette città.
A Rosa, la bidella della scuola, una vicina gli sputò dentro l’occhio, e lei girava con l’occhio bendato perché le pagassero l’indennità.
L’occhio è delicato, lo sputo è salato – spiegava.
E anche di questo si parlò per un pezzo, finché non ci fu più niente da dire.
La fine dell’inverno svegliava in noi come un’irrequietudine.
Forse qualcuno sarebbe venuto a trovarci: forse sarebbe finalmente accaduto qualcosa.
Il nostro esilio doveva pur avere fine. Le vie che ci dividevano dal mondo parevano più brevi: la posta arrivava più spesso.
Tutti i nostri geloni guarivano lentamente.”